venerdì 8 aprile 2011

Bambini.

In fondo non capisco la gente a cui non piacciono i bambini.

No perché, in fondo, noi siamo esattamente così.

Ancora così.

Solo abbiamo aggiornato il sistema ad una versione più recente capace di sorprendenti, pericolose e piuttosto inutili acrobazie mentali. Roba che finché non le si sente o non le si pensa la prima volta uno crede che non si possa arrivare a tanto.


Insomma ci sono questi due bambini. Nel supermercato, vicino al banco dei surgelati. Lui, biondo e piccoletto, massimo quattro anni. Lei, bruna, leggermente più alta, forse più grande forse no.

Giocano, corrono, qualche strillo. Poi lui farfuglia qualcosa di poco sensato (ma sono sicura avesse senso nella sua testa) e lei, lo guarda con un po' tenerezza e un po' di civetteria (di quella civetteria che sono le bambine di quell'età sanno esprimere così bene) e gli schiocca un bel bacio sulla guancia.

Lui, costretto tra le braccia dell'amichetta, continua a fissare dritto davanti a sé , un punto non meglio precisato, poi, per tutta risposta, si volta verso il banco dei surgelati, afferra il bordo con le manine e ricomincia a farfugliare qualcosa a proposito di una certa idea di correre verso il banco della frutta.


Adesso ditemi se per noi non funziona allo stesso modo.

Passate tanto tempo insieme, fate cose, vedete gente.

Poi un giorno, mentre tutto si svolge come al solito, lui farfuglia qualcosa di assolutamente non sensato ( del tipo " oggi è una bella giornata, computer, sport, tette" o anche solo "tette tette tette") con l'appeal di una sagoma di cartone e noi cadiamo perdutamente innamorate vittime, senza alcun dubbio, di un fatale corto circuito cerebrale.


Da quel momento in poi noi vediamo il mondo in rosa e loro cominciano a vederlo in scala di grigi senza contrasto.

E quindi, abbracci o non abbracci, prima o poi cominceranno a farfugliare indistintamente anche qualcosa a riguardo del banco della frutta.


Insomma lei li per li non ci ha fatto caso, ed è questo il bello di essere bambini.

Non ti aspetti un ritorno e poi, non avendo le tette, non sei ancora soggetta a critiche di natura razziale. Si è tutti uguali, diciamo.

Loro che farfugliano e noi con i nostri attacchi emozionali, comunque ci si capisce.


Poi da quando scopriamo di avere due parti che si incastrano reciprocamente in mezzo alle gambe, cambia tutto.


Loro farfugliano su youporn e noi abbracciamo una a caso delle confezioni dei 754 tipi di assorbenti fruibili sull'apposito scaffale ( o, nei casi peggiori, un orrendo pupazzo di Winnie The Pooh) in preda a crisi alterne di ormonale furia omicida e crampi uterini.


Dopo tutto guardare i bambini non è poi così male, è come guardare una versione spensierata, spontanea, meno pesante e pensante, di noi stessi.

giovedì 31 marzo 2011

CERAMICI


I ceramici sono materiali duri e fragili. L'unico tipo di deformazione che tollerano è una, seppur piccola, deformazione elastica. I ceramici non possono subire deformazioni plastiche, il che vuol dire che NON alterano permanentemente la loro forma se sottoposti ad una forza, farlo è inutile.

Sebbene i legami ionici che li compongono li rendano piuttosto duri, i ceramici sono intrinsecamente fragili: resistono poco sia a forze ortogonali, trazione e compressione, che a forze di taglio. La resistenza alla compressione è comunque maggiore di quella alla trazione ma, in questo caso, la rottura è imprevedibile.

Essa sopraggiunge senza il preavviso di alcuna deformazione plastica, a differenza di quanto accade nei metalli, più teneri.


La frattura del campione ceramico si verifica all'improvviso in seguito alla formazione di cricche interne che nessuno può vedere e che pure lo indeboliscono riducendo progressivamente la sezione resistente.


Quando lo sforzo a cui esso è sottoposto supera il valore massimo il ceramico si rompe.


La riparazione del ceramico è poco utile.

Il ceramico va sostituito.

martedì 8 marzo 2011

How to be good.

Mi si attorcigliano le budella. Questa è roba da manuale. Questa è la sinistra spiegazione medica del suo comportamento. David ha quasi certamente un tumore al cervello. Come ho potuto essere tanto superficiale? Torno di corsa al lavoro e gli telefono.

"David. Non voglio spaventarti, ma ti prego di ascoltarmi e fare esattamente quello che ti dico. Probabilmente hai un tumore al cervello. Devi andare in ospedale e farti fare una TAC, subito. Possiamo farti la richiesta qui, ma…"

"Katie…"

"Ti prego, ascoltami. Possiamo farti la richiesta qui, ma…"

"Katie,non ho niente che non va."

"Be', speriamo di no. Ma questi sono i sintomi classici."

"Stai dicendo questo perché ho cominciato a essere gentile con te?"

"Be', sì. E poi c'è stato il teatro."

"Tu pensi che se mi è piaciuta una commedia devo avere un tumore al cervello?"

"E i soldi. E il sesso dell'altra notte."

C'è una lunga pausa.

"Katie, mi spiace molto."

"E c'è anche un'altra cosa. Ti scusi di continuo. David, io credo che tu sia davvero malato."



[from How to be good - Nick Hornby]

mercoledì 2 marzo 2011

Luoghi comuni e altri luoghi.

Mi fanno schifo i mediocri. Quelli che senti all'angolo parlare di quanto siano lente le mogli a fare la spesa. Odio chi non sa dare, chi prende finchè non ti ha succhiato perfino la linfa vitale. Chi lascia correre, chi non si interessa di quello che ha attorno. Odio i menefreghisti, chi preferisce far finta di non sentire piuttosto che ripondere. Chi non sorride e chi non si mette in gioco, chi non sa prendersi in giro. Chi si lamenta continuamente della sua vita o di quello che fa. Chi sfoga la sua frustrazione sugli altri. Chi crede che tutto ciò che ha gli sia dovuto, chi non dice "grazie", "prego" o chi non saluta. Chi non ringrazia gli amici. Chi non capisce l'importanza dei gesti e delle parole, che non è in grado di capire QUANTO entrambi contino. Odio chi sopprime le emozioni, chi le nasconde e le maschera. Odio chi non tollera i fallimenti come parte della natura umana. Chi non è capace di una carezza, chi non sa perdonare. Chi non comprende la fortuna di avere un vero amico accanto e chi non lo sa lodare per le sue qualità. Odio gli ipocriti e tutti quelli che fingono di essere qualcosa che non sono, i perbenisti e gli estremisti. Odio chi non sa ascoltare perché è troppo preso da se stesso, chi procede con i paraocchi senza ammettere deviazioni sul suo cammino. Non sopporto la mentalità ristretta, chi fa di tutta l'erba un fascio; si, non sopporto i luoghi comuni e non sopporto come la gente si adatti ad essi quasi fossero norme da seguire. I luoghi comuni sul matrimonio, quelli sulla suocera, quelli sulle mogli e sui mariti. Mi disturbano quelle madri, quelle donne, che mettono i figli maschi sul piedistallo e che poi incanalano tutte le loro ansie nell'odio per le loro fidanzate, neanche queste volessero strappare il bambino alla mamma. Le stesse madri che li proteggono dal mondo e poi non sanno ammettere che hanno cresciuto dei Coglioni.
Mi disturbano tutti quelli che rinnegano il passato: il dirigente che dimentica di quando era impiegato, il cittadino che dimentica di quando era immigrato. Odio la mediocrità in tutti loro, mancanza di originalità to-ta-le.. Siete noiosi, siete banali, siete scontati. Non avete altro che i vostri soliti vecchi argomenti? Odio le battute sulle ragazze con il seno grosso e su quelle con il seno piccolo. Triviali. Odio i tradimenti ma anche chi non sa perdonarli. Chi non dice mai "scusa" e non ammette il torto. Odio i silenzi comodi, quelli che avvolgono i problemi. Odio l'ignoranza e la cattiveria, chi non accetta, chi non capisce e chi non si sforza di farlo. Chi crede che io sia inferiore come donna, o come donna del meridione. Chi non da importanza alla famiglia, qualunque essa sia, intesa come nucleo di amore e forza. Chi non da importanza ai legami, chi li crea per comodità e li recide per noia o pigrizia. Chi non si sforza per andare in contro all'altro e chi non sa vedere "il buono" nell'altro. Chi si lascia vivere. Chi "per me una cosa vale l'altra". Sempre. Chi non ha MAI un opinione. Chi ha bisogno di perdere qualcosa per realizzarne il valore. Chi non mette passione in quello che fa. Chi non sa dire "ti amo" e "non ti amo più". Chi non sa dire "non ti ho mai amato". Chi non da un nome alle cose e non ne apprezza la diversità ma vive in un universo sempre uguale a se stesso. Chi sceglie la routine e poi se ne lamenta per tutta la vita. Chi non cresce e vuole rimanere per sempre ragazzino. Chi non sa gestire le responsabilità. Chi preferisce fissare un vergognoso presente piuttosto che pianificare un futuro difficile. Chi non alza mai la testa. Le donne che hanno bisogno degli uomini delle altre per sentirsi vive. Gli uomini che fanno lo stesso.
Odio tutto questo mediocre. è come una coltre in cui molti sguazzano, ignari delle sabbie mobili che li tirano verso il basso, sicuri del diritto di potersi lamentare un giorno...di non avercela fatta. Non avete provato.
Odio chi non si rende MAI conto dei suoi errori.

domenica 16 gennaio 2011

Romanticismi

Ok, abbiamo bisogno di un post-it per ricordarci che il romanticismo non è morto, ma non sarà che a furia di mettere da parte il desiderio per qualcosa che raramente ci viene concesso, l'abbiamo dimenticato? E quando si spezza una corda, difficilmente basta fare un nodo. Il fatto di essere spesso la parte debole della coppia, la voglia di emancipazione e l'eterna discriminazione non ci avranno rese troppo…mascoline?

Molte di noi, si sa, sono testarde ma chiedere ad un uomo di essere romantico sembra come voler cavare sangue da una rapa. Il problema è alla base. Il problema è doverlo "chiedere". Leggendo un illuminante libro, "Il cervello delle donne" di Louann Brizendine, ho scoperto che il percepire i rapporti umani in modo così diverso di uomini e donne o semplicemente la differenza di bisogni nella coppia ha anche un lato meramente scientifico; nonostante faccia sempre piacere sottolineare come il cervello delle donne si sviluppi con un anticipo di circa due anni rispetto quello degli uomini, la loro straordinaria incapacità al sociale è attribuibile (oltre che alla pigrizia) anche a geni ed ormoni. La nemesi si chiama testosterone. Studi hanno dimostrato che uomini (ma anche donne) con maggiori livelli di testosterone stabiliscono rapporti sociali peggiori e con minor frequenza rispetto ai coetanei "nella norma".

Insomma, a patto che quanto detto non venga rivoltato e riutilizzato come scusa per giustificare il maschio nella sua crociata di pigrizia sociale, i fatti sono questi.

Ma nella coppia, chi è davvero il sesso forte?

Non sarà che molte donne per sfinimento o per naturale tendenza hanno capitolato accettando i difetti del partner e addirittura ereditandoli ribaltando, così, i ruoli?

Di donne poco romantiche in effetti ce ne sono, e non poche…almeno tante quanti sono gli uomini scaricati e con il cuore infranto.

La domanda è: a furia di diventare sempre meno romantici, nella continua guerra psicologica in cui da sempre vince chi si scopre di meno, dire "ti amo" può passare di moda?

mercoledì 5 gennaio 2011

Long Time Gone


[Long Time Gone - Jack Vettriano]

Ci sono due tipi di ragazze.
Le ragazze che si impegnano e quelle giuste.
Le prime sono quelle che ti stanno vicino, che imparano a conoscerti, che capiscono quando è il momento di tacere, che non sanno andare via in preda alla rabbia sbattendo la porta. Sono quelle che si sforzano di far andare sempre tutto bene, che si adattano, che sanno sceglierti un regalo, che si impegnano. Sono quelle che aspettano e aspettano, ingannando il tempo nel cercare scuse. Hanno imparato a formulare le scuse migliori, per mentire anche a loro stesse. Stanno imparando perfino a crederci. Non fanno capricci, non pretendono.
Sbagliando.
E poi ci sono le ragazze giuste, quelle che non hanno bisogno di fare niente, possono essere cattive, sadiche, egoiste, egocentriche; possono essere perfette.
Ma soprattutto sono giuste. Sono quello che stavi cercando. Sono il tassello del puzzle che si incastra perfettamente. E non hai bisogno di tempo per capirlo.
E non importa quanto tutte le altre ti abbiano dato, non importa quanto lei ti da. Non si fanno confronti. E' lei quella…giusta.

Tutte vorremo essere le seconde ma spesso finiamo a fare le prime.

Puoi passare tutta la vita a cercare di far innamorare qualcuno di te. Potrai sentire un miliardo di frasi diverse, un'infinità di parole che orbitano attorno alle sole due che vorresti ascoltare. Potrai ingannare te stessa, una, due…mille volte.
E vigliaccamente restare li accanto, ad aspettare qualcosa che non arriverà mai. Ma chi l'ha detto che abbiamo questa forza? Chi l'ha detto che dobbiamo sempre essere capaci di capire tutto?

Forse l'amore non è una cosa per la quale ci si deve sforzare, succede e basta.
E ho paura di qualcosa che non so controllare.
Ne ho paura da quando ho guardato negli occhi una persona innamorata e in quegli occhi non ne ho vista un'altra.
Da quel giorno è nata in me una paura nuova:
la paura di essere quella persona innamorata.
Di dover guardare IO negli occhi qualcuno e…non vederci la mia immagine riflessa.
Chi nella sua vita ha avuto almeno un amore ricambiato sa che esiste quello che non lo è. Ma chi ha visto anche questo, ne ha paura.
Ed è proprio quando ci si innamora che questa viene fuori.

[Watching "Tomorrowland" 4x13 Mad Men]

venerdì 12 novembre 2010

My maudlin career

You kissed me on the forehead
Now these kisses give me concussion
We were love at first sight
Now this crush, is crushing

I retraced your steps through the city of romance lazily
I took to the desert with your harshest words and they saved me

I'll bail you out again
I've got the readies
I'm not a child I know
We're not going steady

Your pain's gigantic but it's not as big as your ego
I promise not to abandon you, please let me go

I harbored worried feelings
Like they were worth protecting
You say I'm too kind and sentimental
Like you could catch affection

Oh in your eyes there's a sadness
Enough to kill the both of us
Are those eyes overrated?
They make me want to give up on love

I'll brace myself for the loneliness
Say hello to feelings that I detest

This maudlin career has come to an end
I don't want to be sad again

lunedì 8 novembre 2010

Palla prigioniera


A scopo cronaca: rituali di istruzione americana particolare efficace per obiettivo di segrega giovane con intelletto superiore discosto da giovane dotato con superiore abilità fisica.
Migliore esempio, rituale intitolato "palla prigioniera". Tutti maschi ingaggia falsa battaglia davanti occhi di fertili pari femmine.
Cominciamento di rituale, maschi con fisico superiore seleziona migliori combattenti a scopo accompagna in battaglia, così che classifica tutti da massimo migliore a meno desiderabile per riproduzione durante femmine nota con molto di attenzione. Prossimo poi, maschi divisi ingaggia violento assalto contro esercito opposto, bombarda con gonfiata vescica di gomma lattice.
Durante corso di conflitto, maschi possedenti muscolatura superiore infligge danno corporeo a maschi con superiore intelletto ma soffrenti inferiore rapporto altezza/peso, indice massa corporea e statura.
Quando rituale di palla prigioniera completato, tutte femmine pieno consapevole quale maschio possiede più desiderabile tratto fisico. Maschio sconfitto eliminato con danno corporeo, debole cittadino riproduttivo costretto di autoseleziona, redirige invece di impregna partner, di procrea prole, incanala aggressione verso club scacchistico, concentra ambizione sessuale sopra club scientifico. Arte di dibattito o oratoria. Associazione di modellismo. Non concesso riproduzione sessuale, conseguente libero di dedica superiore intelletto a scopo ulteriore istruzione. Stesso durante, corredo genetico con fisico superiore diretto verso impregnazione di femmina con fisico superiore.
A scopo beneficio di tutta società, massimo cruciale che segrega intelletto da fisico adatto.
Tutto compiuto dentro battaglia di palla prigioniera.

[Da "Pigmeo" - Chuck Palahniuk]

Diversivi


A pensarci un diversivo spesso è necessario.

La pausa caffè è un diversivo.

E' un diversivo gettonato.

Studi dimostrano che addirittura SERVE, e MIGLIORA la produttività.

Staccare con il cervello, quindi, fa bene alla salute.

Ci sono quelli che non lo staccano mai.

Vedi anche: Esaurimento.

Quelli che non lo attaccano mai.

Vedi anche: idiozia.

Chi lo stacca quando non dovrebbe.

Ma cos'altro può essere un "diversivo"?

Una pausa dal mondo, una pausa dalla propria soffocante routine, una pausa da una relazione.

Ci ho pensato guardando un telefilm. E mi sono chiesta:

perché abbiamo sempre bisogno di procedere in due direzioni?

Perché siamo così incapaci di puntare tutto sul rosso e stare a guardare la roulette che gira? Ok, se perdi avrai perso tutta la puntata ma…se vinci. Beh, se vinci avrai il doppio. E invece no, questo ragionamento a quanto pare non va per la maggiore. A meno che voi non frequentiate un casinò.

Cerchiamo sempre un diversivo.

Non importa quanto quello che abbiamo ci piaccia.

Non importa quanto potremmo rovinarlo.

Non importa nient'altro che il momento.

L'altra persona è sempre più stupida di noi. O forse, fa comodo crederlo.

Non importa cosa possa pensare. Non importa se ci possa arrivare.

I più fortunati riescono a guardarsi allo specchio e a sentirsi in colpa.

I peggiori non sanno fare nemmeno quello.

Uomini, donne…è indifferente.

Poi ci sono perfino quelli che si autoconvincono che non stanno facendo niente di male.

Che tutto ciò è inevitabile perché fa parte della loro personalità.

Cazzate.

Siamo così caratterialmente piatti e reiterativi.

Capaci di recitare lo stesso copione infinite volte.

Ci sono stata dentro, mio malgrado, e poi ho deciso che odio fare le cose così.

Ho capito che se voglio azzardare, tanto vale giocare tutto quello che ho, quando ne vale la pena.

Promemoria: giocare SOLO quando ne vale la pena.

Tutto il resto è inutile. E' perdita di tempo.

Se vuoi fare qualcosa sii deciso.

Niente vergogna.

Senno, resta a casa.

venerdì 5 novembre 2010

C'era tutto quel sangue.

Good times for a change
See, the luck I've had
Can make a good man
Turn bad

So please please please
Let me, let me, let me
Let me get what I want
This time

Haven't had a dream in a long time
See, the life I've had
Can make a good man bad

So for once in my life
Let me get what I want
Lord knows, it would be the first time
Lord knows, it would be the first time


[The Smiths - Please please please let me get what I want this time]


"Oh cazzo"

E' l'ultima parola che ricordo, l'ultima che ho detto.
Poi sangue, sangue tutto intorno.
Ho alzato la faccia da terra, issandomi con le mani e ho sbattuto le palpebre un paio di volte.
Adesso, ancora, dopo 5 anni ricordo i dettagli.
Ho pensato "Ok, va tutto bene" ma sentivo le labbra gonfie e non riuscivo a muovere la lingua. Ho pensato che fosse la gomma da masticare quella cosa che avevo sul palato ma no, non era la gomma, era il palato stesso. Gonfio.
Poi ho visto lei, stesa a circa un metro da me e ho avuto paura.
Aveva gli occhi chiusi e la testa poggiata sul marciapiede. Non era sveglia.
Il casco rigato di nero ["Io non ti ci porto sul motore se non ti metti quel cazzo di casco!"].

Suoni, gente, parole confuse.

In ambulanza le ho tenuto la mano. Mi ascoltavo ripeterle di stare tranquilla. Ma parlare faceva così male.
Poi ho alzato gli occhi, e ho incrociato il mio riflesso su una superficie specchiata.
Solo allora ho pianto.
Non andava tutto bene.
Non riuscivo a serrare le mascelle.
La lingua gonfia.
Le labbra insanguinate.
E le dicevo che sarebbe andato tutto bene.
Ho pensato: "e se rimango così?"
"Cosafacciocosafacciocosafaccioadesso"
Il suono della sirena mi martellava il cervello.
Fortunatamente le lacrime mi hanno impedito di continuare a guardare quel riflesso orrido.

Poi mamma, papà.
D.
Carabinieri.
Sono stanca, sono in piedi da un tempo indefinibile.
Mi fa male tutto.
Risonanza.
Sedia a rotelle.
Ricovero.
Nonstasuccendoame, ti prego.
Tutto quello che ricordo è che qualcuno di mi ha spogliata.
Mi hanno cambiata e poi mi hanno chiesto chi fossi.
Quanti anni avessi.
Poi….niente.

Sono passati 5 anni, eppure ogni volta che attraverso quell'incrocio, che salgo su quel marciapiede mi sembra ancora di ricordare quella gigantesca macchia di sangue.
C'era tutto quel sangue.
Quanto fosse strano pensare che quel sangue era tutto mio.
E mi viene sempre da pensare a cosa sarebbe successo se non fosse andata così.
E poi mi chiedo se qualcuno di quei negozianti, quelli che erano tutti li quel pomeriggio di Maggio, si ricordano dell'incidente.
Non mi serve la risposta ma non posso fare a meno di farmi la domanda.
E' curioso passare di li, quasi mi aspetto di essere riconosciuta.
Non credo che dimenticherò, e non credo che le cicatrici andranno mai via.

Ma poi ho pensato:
"Adesso, in questo momento, voglio che tutto vada bene."

mercoledì 13 ottobre 2010

S.

>

Questa la scrivo per S.

S. io la conosco poco. Non abbiamo mai legato ma ieri ho saputo che suo padre è appena morto.

Sua madre è molto malata.

S. ha preparato e superato a pieni voti un esame di recente, poco prima di perdere suo padre.

Vedo S. all'università spesso. Mi dicono che viene tutti i giorni.

S. non è di Bari. Vive lontana dalla sua famiglia.

S. ha detto che lo fa per lui.

Non starò qui a fingere di capire il dolore che prova S.

Non fingerò di esserle vicina. Io ed S. non siamo nemmeno amiche.

Ci siamo rivolte qualche sorriso di circostanza ogni tanto e abbiamo chiacchierato del più e del meno.

Ovviamente quello che so non l'ho sentito da lei.

Ovviamente se la incontrassi non le direi niente in proposito.

No, non sono una persona senza cuore, sono solo discreta.


Ma quello che è successo ha aperto il solito file nel mio cervello.

Angoscia che va a Paura che va a Senso di Impotenza.


Tutto nel grande folder delle mie riflessioni reiterate.


Periodicamente mi trovo a pensare a quanto siamo presuntuosi, noi, nel credere che tutto ci sia dovuto.

Che tutto sia scontato e ovvio.

Giorno dopo giorno ci prendiamo il lusso di pretendere di più.

Il lusso di mettere il muso perché la caldaia si è rotta e la doccia era fredda.

Di lamentarci come se ogni piccola cosa fosse in realtà un grande problema.

Senza considerare che tutto il tempo che dedichiamo a risentimenti, rancori e paranoie generali è tolto al resto e non torna indietro.

Provo sempre a pensare "E se ci fossi io li, davvero mi sembrerebbe così grave fare un doccia fredda, non superare un esame, essere scaricata da un ragazzo?".

La risposta è, ovviamente, no.

Nel mio piccolo, quando ho provato, la sola idea di poter scendere a prendere un gelato al bar sotto casa mi sembrava fenomenale.

Il pensiero di tornare a casa e passata l'intera giornata seduta alla scrivania a studiare era diventato allettante, d'un tratto.

Vorrei che non servisse aver paura di perdere una cosa per apprezzarla.

Sono sicura che ad S. mancano le liti in famiglia adesso.

Le mancano molte delle cose che noi malediciamo quotidianamente.

Allora io sono grata per ogni piccolezza, per ogni gesto che considero scontato nella mia giornata.

Sono grata a S. per avermi fatto pensare, ancora una volta.

Per avermi dato una piccola chance di capire.

domenica 3 ottobre 2010

Momenti


Like a flower waiting to bloom

Like a lightbulb in a dark room

I'm just sitting here waiting for you

To come home and turn me on


Like the desert waiting for the rain

Like a school kid waiting for the spring

I'm just sitting here waiting for you

To come on home and turn me on


My poor heart, it's been so dark since you been gone

After all, you're the one who turns me off

You're the only one who can turn me back on


My hi-fi's waiting for a new tune

The glass is waiting for some fresh ice cubes

I'm just sitting here waiting for you

To come on home and turn me on

Turn me on


[Norah Jones - Turn me on]


E in fin dei conti, quando ti volti a guardare indietro e riconsideri tutto ti rendi conto di come fosse inevitabile.


E' la stessa sensazione che provi quando guardi un film per la seconda volta, conoscendone il finale.


Ti sembra che tutto combaci perfettamente con la spiegazione che ti sei dato. Che non sarebbe potuta andare diversamente.


Ogni singolo dettaglio si adatta alla storia, ogni richiamo trova compimento nella conclusione a cui hai assistito.


Poi magari non è neanche vero. Magari la tua versione è quella sbagliata, e i fatti ti dimostreranno che hai fatto un grosso


errore di valutazione. Ma poi.


Per adesso sembra tutto così assurdamente combaciante.


E perché non crederci allora?


Perché non crederci e non, semplicemente, sorridere di tutto quello che hai fatto e che non avresti dovuto ma che ti ha

portato dove sei?


I momenti alla "O lo faccio adesso o non lo faccio più" diciamo.


Quei momenti che IO sto cercando di imparare a cogliere e che, fortunatamente, qualcuno già coglie.

giovedì 23 settembre 2010

It was worth it

Sono qui` da ieri e, nonostante il poco tempo, mi sento cosi` a casa.
Ho un debole per questo scorcio di Inghilterra. I paesini come Kidsgrove. Le zone residenziali.
Le detatched houses. Tutto come nei film.
Perfino i beveroni di "cafe` to go" serviti nei "cartons".
Da quando siamo arrivate il tempo e` grigio, ma non mi dispiace. C'e` la tipica pioggia inglese. Fine. Costante. Fastidiosa. Grigia. Eppure proprio non riesco a sentirmi triste.
Sara` il gin and tonic, sara` l'aria del matrimonio, sara` che per una volta non mi sento soffocare alla sola idea di tornare in citta`.
Insomma le tre ore di aereo, i due cambi di pullman e mia nonna che si porta piu` bagagli a mano del dovuto sono accettabili, se il premio finale e` essere qui.
E poi, una viaggio con la nonna ha sempre il suo fascino: parla l'inglese piu` teneramente divertente che abbia mai sentito.

martedì 21 settembre 2010

Partenza e valigie

Finalmente mi alzo. Sgranchisco le gambe, credo che i jeans mi abbiano bloccato la circolazione.
Promemoria: questi sono i pantaloni meno adatti per accovacciarsi sui talloni!
Allontanandomi la guardo: valigia.
Penso che peserà almeno 300 kg. Andateci voi in un posto dove la minima è 10° C subito dopo essere sopravvissuti ad una giornata come domenica scorsa. Settembre come Agosto ti odio.
Questo mese può essere riassunto in:
-molto mal di testa
-poco sesso
-molto caldo
-poco studio
-molta ansia (dovuta al punto precedente)
-poco relax.

E insomma adesso sono alla vigilia della mia seconda partenza estiva(diciamo).
Un po' non vedo l'ora di provare la solita, liberatoria sensazione di vuoto al decollo; un po' mi sento in colpa a mollare tutto, così, per la seconda volta. Comodo, no?
Poi mi dico "Dai, Gio, sono solo cinque giorni in fondo!"
Ok, ok, chiuderò un occhio riguardo al fatto che non ho combinato assolutamente niente ultimamente.
Ok, chiudiamoli anche sul fatto che non combinerò niente al ritorno.
Ok, dai...dormiamoci su.

Intanto (mentre mi assopisco) continuo a guardare la mia valigia monocromatica, scoperchiata in due asimmetriche metà.
Mi piace osservarla, pronta. Guardare tutti i vestiti piegati e in ordine. Devo godermela adesso perché, nonostante stia partendo con mia nonna, non tarderà a trasformarsi in una versione da viaggio del cassonetto giallo degli indumenti usati.
Cosa? Ci siete rimasti quando ho detto "parto con mia nonna"? No, no...è tutto vero.
Non che la cosa mi dispiaccia, anzi. Vado quasi esclusivamente per accompagnare lei.
Mica perché mi piace l'Inghilterra.
Mica perché tanto quell'esame che avrei dovuto dare non sarei mai riuscita a prepararlo in così poco.
Certo, l'avrei presa più alla leggera se non mi avessero sistemato in albergo con una parte della restante ciurma di parenti italiani. Quella over 60.
Non dubito che ci faremo riconoscere. Del resto, si sa, gli italiani sono come il mio beauty case in valigia: fucsia su un patchwork di irregolari quadrati color tortora, beige, nero, antracite e (udite udite) blu. Potete immaginare quanto si noti.

In fin dei conti, comunque, va bene così pur di andare in Inghilterra. E, per una volta, non mi dispiacerà tornare.
(Ammetto con orrore che credo di averne addirittura più voglia che di partire!)
Per ora..
Bye Bye Italia!


giovedì 16 settembre 2010

Seven-floor under

Finalmente, dopo la tipica giornata "cane-spesa-lavastoviglie-lavatrice-letti-pranzo-tavola-caffè-studio" che solitamente suggerisce l'assenza di mia madre posso fermarmi a scrivere.
E scriverò della mia paura.
Di quella sensazione istantanea che sa attraversarmi la testa nei momenti più inaspettati.
E' successo poco fa, mentre sorseggiavo un alcolico caldo e dolce al gusto di caffè. Si parlava, tra amiche, dell'argomento della settimana. Purtroppo.
Il suicidio di Norman Zarcone, 27 anni, dottorando in filosofia del linguaggio all'Università di Palermo.
Ora, non so se girare pagina di fronte ad un fatto che non mi riguarda o cominciare a rivalutare il mio futuro.
Eppure guardando il Tg e ascoltando le notizie, sembrano sempre così lontane, così distanti e irreali. Notizie da un mondo parallelo.
Cose che non potrebbero mai capitare a noi.
Una ragazza viene ferita ad un occhio dalle schegge di un vetro infranto per colpo di un'arma ad aria compressa. Bari, amtab, linea 22. Ore 20,40.
Una filippina uccisa a botte da un pugile, furioso per la rottura con la fidanzata. Era la prima che si è trovato davanti. Milano.
Un poliziotto sconvolto dal licenziamento sequestra un pullman con 15 ostaggi. Sette morti. Manila.
E' la fortuna di non essere noi quelli lì.
Ecco che la soglia di tolleranza ha subito un notevole rialzo.
Quanti ascoltano queste notizie mentre pranzano?
Eppure in questo mondo malato ci siamo tutti.
Ho pensato a tutto questo, in quei pochi secondi mentre avvicinavo il bicchiere alle labbra.
Il resto l'ho pensato adesso. Il suicidio di Norman. Il mio futuro.
Sono nella fase della vita in cui le aspettative sono tutto.
La fase in cui faccio progetti, sogno di esperienze all'estero, contratti di lavoro...
Vedi anche guadagni.
Vedi anche famiglia.
Sono fantasie da studentessa. Ancora per un po' neanche laureanda.
Sono proprio quelle le prime a colare a picco quando senti una notizia del genere.
O quando ti ricordi che i ricercatori sono in sciopero.
Che l'istruzione in Italia sta diventando più scomoda del solito.
Non è paura di non farcela. Non solo. E' la paura del momento in cui cominceranno a dirtelo.
E, si sa, ammettere una cosa può farla diventare tremendamente reale.
Per questo io ho paura.
Per l'eco di disperazione che Norman si è lasciato dietro.
Per quanto è diventato tangibile, adesso, ora, il disagio di tutti quelli come lui. Il nostro disagio.
E se qualcuno obiettasse che non sono una dottoranda, che ho ancora della strada da fare prima di fronteggiare i problemi del mondo del lavoro, che la cosa, in fondo, non mi tocca perchè non la vivo, gli risponderei che non è vero.
Gli risponderei che ho un maledetto bisogno di sperare, io, che ancora ci devo arrivare.
La stupidissima necessità di guardare avanti e vederci qualcosa di diverso da un salto di sette piani...nel vuoto.

venerdì 10 settembre 2010

Libri

Sono libri

Una cosa di cui non potrei mai fare a meno.

I miei rapporti con i libri sono quasi figure di quelli nella vita reale.

Quando ne leggo uno, lo tengo tra le mani, mi piace passare le dita sul suo dorso.

Poi lo giro, sfioro la copertina con la mano; a volte è in rilievo, a volte solo liscia.

Ma è comunque una bella sensazione.

Ed è solo il di fuori.

Quando comincio a leggere, mi immedesimo tanto nei personaggi che mi sembra di non poterne fare più a meno. Vivo le loro storie quasi con più partecipazione delle mie. Vivo anche le loro emozioni.

In fondo li ho creati io, come potrebbe essere il contrario?

Prendo le PAROLE e do loro FORMA. FISIONOMIA.

Dimenticandomi che, in fondo, sono solo parole.

E quanto è facile scrivere qualche stupida parola.

Quanto è difficile rendersi conto che le parole hanno un peso?

Quanto è difficile ricordarlo, poi, quando le si usa?

Pensa, per esempio, di prendere un mucchio di Lego e fare come fanno i bambini.

Ci costruisci un castello, come quei bambini intelligenti che, così piccoli, già incastrano e progettano.

Adesso lo riempi di pupazzi gialli, con i capelli intercambiabili e le manine fisse.

Poi fallo crollare, guardalo cadere.

Ora prova con un castello di mattoni…o di parole.

Mettici dentro chi vuoi e stai a guardare.

E sono solo parole…

Divago.

Insomma sei talmente tanto inebriato dalla narrazione che ti fai coinvolgere a tal punto da dimenticare, dimenticare, dimenticare.

Magari ti stanno chiamando per dirti che "il pranzo è pronto" ma tu dimentichi, dimentichi, dimentichi.

Ti piace troppo stare li.

Può durare tanto. O pochissimo.

Ma di finire…finisce. Dipende dalle pagine. Se sono tante. Se è scritto piccolo.

Insomma quando ti rendi conto che stai per arrivare all'ultima parola, quasi ti vien voglia di chiudere tutto e ricominciare. Ma non ha senso, conosci già la storia. E' troppo presto per rileggere tutto di nuovo. Non ti darebbe la stessa emozione.

Refrattarietà relativa.

Quindi, volente o nolente, prosegui verso la fine. E poi ci arrivi.

E allora, quando fissi per qualche minuto il retro del libro, hai così tanti pensieri in testa.

Come se avessi appena chiuso la porta di una stanza in cui c'era una festa.

Quel frastuono, quel rumore, ti echeggia ancora nelle orecchie.

E mentre diventa ronzio comincia a salire la nostalgia.

E' finito.

Il secondo pensiero, per quanto mi riguarda, quando finisco di leggere un bel libro, è sempre:

"Non ne troverò mai uno che mi coinvolga così, di nuovo."

Che pensiero triste.

L'ho fatto con DUE libri in vita mia, fino ad ora.

Insomma la prima volta che l'ho pensato, mi sono intristita davvero tanto.

Poi, un giorno, seguendo un consiglio ho trovato il secondo e, diffidente come al solito, ho cominciato a leggerlo. Ero in aeroporto.

Giuro, non mi aspettavo niente. Anche se era passato qualche anno il mio primo libro rimaneva lì, imbattuto.

Il migliore. Il suo ricordo suscita in me tenerezza…ancora.

Mi mancava una sensazione così.

Certo, ho letto altro ma mai niente di quel livello.

Poi ho trovato Lui. Il secondo.

E ho lasciato che mi trascinasse con sé.

Un sorriso sulle labbra. Senza opporre resistenza.

Così tremendamente invitante.

Macinavo pagine ad una velocità inconsulta. Sapevo che sarebbe arrivata la fine e a furia di non farci caso, eccomi lì.

Cominciato in aeroporto, finito sotto un albero davanti ad un carillon pieno di bambini.

Detta così sembra una cosa romantica.

Niente di più triste.

E' finito. E ancora una volta il solito, ridondante, avvilente pensiero ritorna:

"Non ne troverò mai uno che mi coinvolga così, di nuovo."

E invece mi ritrovo qui, non è passato un anno questa volta.

Ne ho già un altro tra le mani.

Mi accoccolo sul divano nella grigia luce pomeridiana che filtra dalla finestra e sorseggio il mio caffè.

E’ da stamattina che aspetto questo momento. Fuori piove, l’aria è fresca.

Apro “Circolo chiuso” e d’improvviso tutti quei personaggi che stavano, inesorabilmente, scomparendo mi tornano nitidi alla memoria.

Riapro la porta.

Stasera si festeggia.

sabato 28 agosto 2010

Love is no big truth..

..driven by our genes we are simply selfish beings.

Quando sono con loro mi torna sempre in mente quella puntata di Sex and the city in cui Carrie dice a Big che fino a quel momento ha sempre ricevuto inviti con su scritto "Per Carrie e accompagnatore", senza mai un nome.
Per la prima volta, adesso il nome c'è.

Già, eppure non è scritto.

"Gio, volevo dire che l'invito era valido anche per…cioè beh, quel ragazzo con cui stai uscendo adesso, quello che sta a…"
"Si, l'ho capito (sorrido) non ti preoccupare"

E' la coincidenza.
A me non è successo proprio così in realtà. Sugli inviti il nome c'era.
E' che è cambiato spesso in questi ultimi tempi.

Non sono più nemmeno sicura di volercelo scrivere questo nome.
Forse con il tempo anche l'inchiostro migliore sbiadisce, non so dire.

Forse ora come ora è meglio usare una matita o dell'inchiostro simpatico.

No, l'amore non è una grande verità, a pensarci.
Quella, semmai, è che noi siamo esseri geneticamente egoisti. Poco disposti a dare, sempre a ricevere.
Attenzioni, conferme..affetto. Qualunque cosa.
Sembra quasi che ogni individuo tenga la propria personale contabilità delle donazioni.
Centellinare qualunque cosa.
Tacere.
Nascondere.
Come quando le ragazzine contano 5 minuti prima di rispondere al messaggio di Lui. Chi non l'ha mai fatto?
E' tutta una facciata, una montatura.
Fare qualcosa "per non dare a vedere che..".
Per non svelarci.
Così come siamo:
banalmente e totalmente egoisti.

Quasi ci piace avvizzire nelle nostre sordide abitudini.
Per inerzia.
Per noia.
(Per paura?)

Ci spingiamo sempre più oltre, attraversando con energiche bracciate il mare, o l'abisso, del nostro orgoglio.
Troppo pieni di noi.
Ciechi per guardare e ipocriti per parlare.
Andiamo sempre più a largo, verso la linea invisibile del limite.
E superata quella, non si torna indietro.
Inebriati, ci facciamo trascinare dalla corrente.
Boriosi, pensiamo sempre ci sia una seconda possibilità.
Non c'è. Non sempre.
Lentamente stiamo "disimparando". Stiamo perdendo la mano.
Quasi ansiosi di arrivare a quel punto da cui non si ritorna.
Per avere un nuovo problema di cui lamentarci.

Io mi sono inaridita, sento, giorno dopo giorno, che è così.
Mi spaventa, e quindi, ho cominciato a nuotare contro corrente.
Ma non posso farlo da sola, non voglio.
Voglio il mio stupido invito con IL nome.
Anche se, a conti fatti, è solo il fazzoletto di un bar. Con due firme sopra.






sabato 21 agosto 2010

The rotter's club (Pt II)

Lei gli poggiò la testa sulla spalla e per un po' non dissero niente. Lei però stava ripensando a quelle ultime parole.

"E la mia di storia, dove finirà?" si domandò a voce alta.

"Non ho una vera casa. Non mi sento al posto giusto a Birmingham; né altrove, a dire la verità. Forse sarà in America."

"Perché in America?" domandò Benjamin.

Cicely rispose con voce malferma. "Perché è lì che andrò adesso."

Sentì Benjamin che si irrigidiva accanto a lei, e si volto a guardarlo con gli occhi pieni di dispiacere per il dolore che stava per infliggergli. "Oh non sarà per sempre, Ben. Soltanto per qualche mese." "Qualche mese?" "Soltanto finché mia madre fa questo spettacolo a New York. E' una cosa off-Broadway, potrebbe anche chiudere dopo una settimana o due. Mi manca terribilmente, Benjamin. E' una buona occasione. Vivremo a Manhattan e passeremo i fine settimana a Long Island…"

"E gli esami? Pensavo che saresti tornata a scuola." "Non sino dopo Natale."

Si alzò e tirò su anche Benjamin. Strinse il corpo contro il suo, e lui sentì il suo respiro veloce, il cuore che le batteva forte. "Guarda, Ben, ho fatto un sacco di sbagli con gli uomini in passato. Tu non sei uno sbaglio. Sei il primo. Il primo e l'ultimo e l'unico. Quello che è successo tra noi qui è soltanto l'inizio, non vedi? Passeremo dei momenti favolosi insieme, io e te. Momenti favolosi, incredibili. Siamo così fortunati, così tanto tanto fortunati,a esserci trovati. Siamo così giovani, Ben, così giovani e già sappiamo! Siamo le persone più fortunate del mondo, io e te! E io non getterò via tutto questo. Niente al mondo me lo farà gettare via. Cosa sono pochi mesi, pochi mesi lontani, in confronto a quello che abbiamo davanti a noi? Non sono niente. Benjamin. Assolutamente niente."

Lui le aggiustò i capelli sulla fronte e disse : "Mi scriverai?" e lei rispose: "Tutti i giorni", e nei suoi occhi lui vide riflessi due oceani e negli occhi di lui lei vide spuntare le lacrime, ma anche attraverso quelle lacrime Benjamin sentiva una mostruosa, divina felicità che lo consumava, perché finalmente sapeva che cosa significava amare ed essere amati.

[Jonathan Coe - The rotter's club]

lunedì 16 agosto 2010

Le dernier jour

Over the sea and far away

She's waiting like an iceberg

Waiting to change

But she's cold inside

She wants to be like the water


All the muscles tighten in her face

Buries her soul in one embrace

They're one and the same

Just like water


And the fire fades away

Most of everyday

Is full of tired excuses

But it's too hard to say

I wish it were simple

But we give up easily

You're close enough to see that

You're the other side of the world to me


On comes the panic light

Holding on with fingers and feelings alike

But the time has come

To move along


And the fire fades away

Most of everyday

Is full of tired excuses

But it's too hard to say

I wish it were simple

But we give up easily

You're close enough to see that

You're the other side of the world


Can you help me

Can you let me go

And can you still love me

When you can't see me anymore


And the fire fades away

Most of everyday

Is full of tired excuses

But it's too hard to say

I wish it were simple

But we give up easily

You're close enough to see that

You're the other side of the world

the other side of the world

You're the other side of the world to me


[Kt Tunstall - The other side of the world]


Ultimo giorno a Tolosa.
Una tristezza più che mai insolita.

venerdì 13 agosto 2010

The rotter's club


Noto con piacere sempre crescente che qui, l'usanza di sedersi da soli al tavolino di un bar è molto più comune che da noi. La si può vedere come una cosa triste..
Gente sola che osserva Place du Capitole illuminata da quella strana luce bianca e impietosa che portano le giornate di pioggia.
O la si può vedere come la vedo io..
un momento di semplice rilassamento, in cui poter pensare a tutto o scegliere di non pensare affatto.

Dopo qualche giorno, finalmente ho trovato il mio ritmo:
ho deciso che preferisco alzarmi con calma, fare una bella colazione abbondante e poi partire alla volta della città. Da domenica scorsa l'ho esplorata quasi tutta, ogni parco, ogni chiesa.
Che posti meravigliosi, così rilassanti.
Non muovendomi mai prima delle 13, tra l'altro, ho il grandissimo vantaggio di trovare quasi tutto semideserto, ad eccezione di pochi, temerari turisti.
Pensare che ieri, ho trovato una chiesetta. St.Exupére si chiama.
Deserta, quasi inquietante.
Tutta per me. Unico suono a rimbombare: l'otturatore della mia macchina fotografica.
Ho goduto di ogni angolo, ho provato ad aprire ogni porta, ho rabbrividito da sola di quell'austera sacralità. Poi mi sono seduta, un po' ansimante per la fatica di portare in giro la borsa pesantissima, e ho ascoltato quel meraviglioso silenzio, sperando che non arrivasse nessuno.

Eppure ho divagato.
Oggi mentre, seduta al tavolino, facevo colazione (per la prima volta avec cafè au lait, cioè il nostro cappuccino) ho letto questo:
"Cara Chiara (come ormai bisognerà che impari a chiamarti) [...] a Mantova com'è l'autunno? Squisito, ne sono certa. Mi sembra di vederti, te e la tua nuova vita. Sei seduta al caffè di una piazza, sotto un colonnato, a bere cappuccino. Le foglie morte svolazzano sulle pietre del selciato. [...]
E poi ancora
[...] Insomma ti ho appena raccontato la storia di Benjamin e Lois e Malcom. E mi domando dove sei seduta mentre la leggi. A quel tavolino, spero, nella piazza, sotto il colonnato. Mi sa che il tuo cappuccino ormai è diventato freddo. [...]".

Quando ho ripreso in mano la tazza, accorgendomi che era fredda, ho sorriso.
Grazie per avermi consigliato questo libro.