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mercoledì 5 gennaio 2011

Long Time Gone


[Long Time Gone - Jack Vettriano]

Ci sono due tipi di ragazze.
Le ragazze che si impegnano e quelle giuste.
Le prime sono quelle che ti stanno vicino, che imparano a conoscerti, che capiscono quando è il momento di tacere, che non sanno andare via in preda alla rabbia sbattendo la porta. Sono quelle che si sforzano di far andare sempre tutto bene, che si adattano, che sanno sceglierti un regalo, che si impegnano. Sono quelle che aspettano e aspettano, ingannando il tempo nel cercare scuse. Hanno imparato a formulare le scuse migliori, per mentire anche a loro stesse. Stanno imparando perfino a crederci. Non fanno capricci, non pretendono.
Sbagliando.
E poi ci sono le ragazze giuste, quelle che non hanno bisogno di fare niente, possono essere cattive, sadiche, egoiste, egocentriche; possono essere perfette.
Ma soprattutto sono giuste. Sono quello che stavi cercando. Sono il tassello del puzzle che si incastra perfettamente. E non hai bisogno di tempo per capirlo.
E non importa quanto tutte le altre ti abbiano dato, non importa quanto lei ti da. Non si fanno confronti. E' lei quella…giusta.

Tutte vorremo essere le seconde ma spesso finiamo a fare le prime.

Puoi passare tutta la vita a cercare di far innamorare qualcuno di te. Potrai sentire un miliardo di frasi diverse, un'infinità di parole che orbitano attorno alle sole due che vorresti ascoltare. Potrai ingannare te stessa, una, due…mille volte.
E vigliaccamente restare li accanto, ad aspettare qualcosa che non arriverà mai. Ma chi l'ha detto che abbiamo questa forza? Chi l'ha detto che dobbiamo sempre essere capaci di capire tutto?

Forse l'amore non è una cosa per la quale ci si deve sforzare, succede e basta.
E ho paura di qualcosa che non so controllare.
Ne ho paura da quando ho guardato negli occhi una persona innamorata e in quegli occhi non ne ho vista un'altra.
Da quel giorno è nata in me una paura nuova:
la paura di essere quella persona innamorata.
Di dover guardare IO negli occhi qualcuno e…non vederci la mia immagine riflessa.
Chi nella sua vita ha avuto almeno un amore ricambiato sa che esiste quello che non lo è. Ma chi ha visto anche questo, ne ha paura.
Ed è proprio quando ci si innamora che questa viene fuori.

[Watching "Tomorrowland" 4x13 Mad Men]

mercoledì 13 ottobre 2010

S.

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Questa la scrivo per S.

S. io la conosco poco. Non abbiamo mai legato ma ieri ho saputo che suo padre è appena morto.

Sua madre è molto malata.

S. ha preparato e superato a pieni voti un esame di recente, poco prima di perdere suo padre.

Vedo S. all'università spesso. Mi dicono che viene tutti i giorni.

S. non è di Bari. Vive lontana dalla sua famiglia.

S. ha detto che lo fa per lui.

Non starò qui a fingere di capire il dolore che prova S.

Non fingerò di esserle vicina. Io ed S. non siamo nemmeno amiche.

Ci siamo rivolte qualche sorriso di circostanza ogni tanto e abbiamo chiacchierato del più e del meno.

Ovviamente quello che so non l'ho sentito da lei.

Ovviamente se la incontrassi non le direi niente in proposito.

No, non sono una persona senza cuore, sono solo discreta.


Ma quello che è successo ha aperto il solito file nel mio cervello.

Angoscia che va a Paura che va a Senso di Impotenza.


Tutto nel grande folder delle mie riflessioni reiterate.


Periodicamente mi trovo a pensare a quanto siamo presuntuosi, noi, nel credere che tutto ci sia dovuto.

Che tutto sia scontato e ovvio.

Giorno dopo giorno ci prendiamo il lusso di pretendere di più.

Il lusso di mettere il muso perché la caldaia si è rotta e la doccia era fredda.

Di lamentarci come se ogni piccola cosa fosse in realtà un grande problema.

Senza considerare che tutto il tempo che dedichiamo a risentimenti, rancori e paranoie generali è tolto al resto e non torna indietro.

Provo sempre a pensare "E se ci fossi io li, davvero mi sembrerebbe così grave fare un doccia fredda, non superare un esame, essere scaricata da un ragazzo?".

La risposta è, ovviamente, no.

Nel mio piccolo, quando ho provato, la sola idea di poter scendere a prendere un gelato al bar sotto casa mi sembrava fenomenale.

Il pensiero di tornare a casa e passata l'intera giornata seduta alla scrivania a studiare era diventato allettante, d'un tratto.

Vorrei che non servisse aver paura di perdere una cosa per apprezzarla.

Sono sicura che ad S. mancano le liti in famiglia adesso.

Le mancano molte delle cose che noi malediciamo quotidianamente.

Allora io sono grata per ogni piccolezza, per ogni gesto che considero scontato nella mia giornata.

Sono grata a S. per avermi fatto pensare, ancora una volta.

Per avermi dato una piccola chance di capire.

giovedì 16 settembre 2010

Seven-floor under

Finalmente, dopo la tipica giornata "cane-spesa-lavastoviglie-lavatrice-letti-pranzo-tavola-caffè-studio" che solitamente suggerisce l'assenza di mia madre posso fermarmi a scrivere.
E scriverò della mia paura.
Di quella sensazione istantanea che sa attraversarmi la testa nei momenti più inaspettati.
E' successo poco fa, mentre sorseggiavo un alcolico caldo e dolce al gusto di caffè. Si parlava, tra amiche, dell'argomento della settimana. Purtroppo.
Il suicidio di Norman Zarcone, 27 anni, dottorando in filosofia del linguaggio all'Università di Palermo.
Ora, non so se girare pagina di fronte ad un fatto che non mi riguarda o cominciare a rivalutare il mio futuro.
Eppure guardando il Tg e ascoltando le notizie, sembrano sempre così lontane, così distanti e irreali. Notizie da un mondo parallelo.
Cose che non potrebbero mai capitare a noi.
Una ragazza viene ferita ad un occhio dalle schegge di un vetro infranto per colpo di un'arma ad aria compressa. Bari, amtab, linea 22. Ore 20,40.
Una filippina uccisa a botte da un pugile, furioso per la rottura con la fidanzata. Era la prima che si è trovato davanti. Milano.
Un poliziotto sconvolto dal licenziamento sequestra un pullman con 15 ostaggi. Sette morti. Manila.
E' la fortuna di non essere noi quelli lì.
Ecco che la soglia di tolleranza ha subito un notevole rialzo.
Quanti ascoltano queste notizie mentre pranzano?
Eppure in questo mondo malato ci siamo tutti.
Ho pensato a tutto questo, in quei pochi secondi mentre avvicinavo il bicchiere alle labbra.
Il resto l'ho pensato adesso. Il suicidio di Norman. Il mio futuro.
Sono nella fase della vita in cui le aspettative sono tutto.
La fase in cui faccio progetti, sogno di esperienze all'estero, contratti di lavoro...
Vedi anche guadagni.
Vedi anche famiglia.
Sono fantasie da studentessa. Ancora per un po' neanche laureanda.
Sono proprio quelle le prime a colare a picco quando senti una notizia del genere.
O quando ti ricordi che i ricercatori sono in sciopero.
Che l'istruzione in Italia sta diventando più scomoda del solito.
Non è paura di non farcela. Non solo. E' la paura del momento in cui cominceranno a dirtelo.
E, si sa, ammettere una cosa può farla diventare tremendamente reale.
Per questo io ho paura.
Per l'eco di disperazione che Norman si è lasciato dietro.
Per quanto è diventato tangibile, adesso, ora, il disagio di tutti quelli come lui. Il nostro disagio.
E se qualcuno obiettasse che non sono una dottoranda, che ho ancora della strada da fare prima di fronteggiare i problemi del mondo del lavoro, che la cosa, in fondo, non mi tocca perchè non la vivo, gli risponderei che non è vero.
Gli risponderei che ho un maledetto bisogno di sperare, io, che ancora ci devo arrivare.
La stupidissima necessità di guardare avanti e vederci qualcosa di diverso da un salto di sette piani...nel vuoto.