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giovedì 31 marzo 2011

CERAMICI


I ceramici sono materiali duri e fragili. L'unico tipo di deformazione che tollerano è una, seppur piccola, deformazione elastica. I ceramici non possono subire deformazioni plastiche, il che vuol dire che NON alterano permanentemente la loro forma se sottoposti ad una forza, farlo è inutile.

Sebbene i legami ionici che li compongono li rendano piuttosto duri, i ceramici sono intrinsecamente fragili: resistono poco sia a forze ortogonali, trazione e compressione, che a forze di taglio. La resistenza alla compressione è comunque maggiore di quella alla trazione ma, in questo caso, la rottura è imprevedibile.

Essa sopraggiunge senza il preavviso di alcuna deformazione plastica, a differenza di quanto accade nei metalli, più teneri.


La frattura del campione ceramico si verifica all'improvviso in seguito alla formazione di cricche interne che nessuno può vedere e che pure lo indeboliscono riducendo progressivamente la sezione resistente.


Quando lo sforzo a cui esso è sottoposto supera il valore massimo il ceramico si rompe.


La riparazione del ceramico è poco utile.

Il ceramico va sostituito.

mercoledì 2 marzo 2011

Luoghi comuni e altri luoghi.

Mi fanno schifo i mediocri. Quelli che senti all'angolo parlare di quanto siano lente le mogli a fare la spesa. Odio chi non sa dare, chi prende finchè non ti ha succhiato perfino la linfa vitale. Chi lascia correre, chi non si interessa di quello che ha attorno. Odio i menefreghisti, chi preferisce far finta di non sentire piuttosto che ripondere. Chi non sorride e chi non si mette in gioco, chi non sa prendersi in giro. Chi si lamenta continuamente della sua vita o di quello che fa. Chi sfoga la sua frustrazione sugli altri. Chi crede che tutto ciò che ha gli sia dovuto, chi non dice "grazie", "prego" o chi non saluta. Chi non ringrazia gli amici. Chi non capisce l'importanza dei gesti e delle parole, che non è in grado di capire QUANTO entrambi contino. Odio chi sopprime le emozioni, chi le nasconde e le maschera. Odio chi non tollera i fallimenti come parte della natura umana. Chi non è capace di una carezza, chi non sa perdonare. Chi non comprende la fortuna di avere un vero amico accanto e chi non lo sa lodare per le sue qualità. Odio gli ipocriti e tutti quelli che fingono di essere qualcosa che non sono, i perbenisti e gli estremisti. Odio chi non sa ascoltare perché è troppo preso da se stesso, chi procede con i paraocchi senza ammettere deviazioni sul suo cammino. Non sopporto la mentalità ristretta, chi fa di tutta l'erba un fascio; si, non sopporto i luoghi comuni e non sopporto come la gente si adatti ad essi quasi fossero norme da seguire. I luoghi comuni sul matrimonio, quelli sulla suocera, quelli sulle mogli e sui mariti. Mi disturbano quelle madri, quelle donne, che mettono i figli maschi sul piedistallo e che poi incanalano tutte le loro ansie nell'odio per le loro fidanzate, neanche queste volessero strappare il bambino alla mamma. Le stesse madri che li proteggono dal mondo e poi non sanno ammettere che hanno cresciuto dei Coglioni.
Mi disturbano tutti quelli che rinnegano il passato: il dirigente che dimentica di quando era impiegato, il cittadino che dimentica di quando era immigrato. Odio la mediocrità in tutti loro, mancanza di originalità to-ta-le.. Siete noiosi, siete banali, siete scontati. Non avete altro che i vostri soliti vecchi argomenti? Odio le battute sulle ragazze con il seno grosso e su quelle con il seno piccolo. Triviali. Odio i tradimenti ma anche chi non sa perdonarli. Chi non dice mai "scusa" e non ammette il torto. Odio i silenzi comodi, quelli che avvolgono i problemi. Odio l'ignoranza e la cattiveria, chi non accetta, chi non capisce e chi non si sforza di farlo. Chi crede che io sia inferiore come donna, o come donna del meridione. Chi non da importanza alla famiglia, qualunque essa sia, intesa come nucleo di amore e forza. Chi non da importanza ai legami, chi li crea per comodità e li recide per noia o pigrizia. Chi non si sforza per andare in contro all'altro e chi non sa vedere "il buono" nell'altro. Chi si lascia vivere. Chi "per me una cosa vale l'altra". Sempre. Chi non ha MAI un opinione. Chi ha bisogno di perdere qualcosa per realizzarne il valore. Chi non mette passione in quello che fa. Chi non sa dire "ti amo" e "non ti amo più". Chi non sa dire "non ti ho mai amato". Chi non da un nome alle cose e non ne apprezza la diversità ma vive in un universo sempre uguale a se stesso. Chi sceglie la routine e poi se ne lamenta per tutta la vita. Chi non cresce e vuole rimanere per sempre ragazzino. Chi non sa gestire le responsabilità. Chi preferisce fissare un vergognoso presente piuttosto che pianificare un futuro difficile. Chi non alza mai la testa. Le donne che hanno bisogno degli uomini delle altre per sentirsi vive. Gli uomini che fanno lo stesso.
Odio tutto questo mediocre. è come una coltre in cui molti sguazzano, ignari delle sabbie mobili che li tirano verso il basso, sicuri del diritto di potersi lamentare un giorno...di non avercela fatta. Non avete provato.
Odio chi non si rende MAI conto dei suoi errori.

mercoledì 13 ottobre 2010

S.

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Questa la scrivo per S.

S. io la conosco poco. Non abbiamo mai legato ma ieri ho saputo che suo padre è appena morto.

Sua madre è molto malata.

S. ha preparato e superato a pieni voti un esame di recente, poco prima di perdere suo padre.

Vedo S. all'università spesso. Mi dicono che viene tutti i giorni.

S. non è di Bari. Vive lontana dalla sua famiglia.

S. ha detto che lo fa per lui.

Non starò qui a fingere di capire il dolore che prova S.

Non fingerò di esserle vicina. Io ed S. non siamo nemmeno amiche.

Ci siamo rivolte qualche sorriso di circostanza ogni tanto e abbiamo chiacchierato del più e del meno.

Ovviamente quello che so non l'ho sentito da lei.

Ovviamente se la incontrassi non le direi niente in proposito.

No, non sono una persona senza cuore, sono solo discreta.


Ma quello che è successo ha aperto il solito file nel mio cervello.

Angoscia che va a Paura che va a Senso di Impotenza.


Tutto nel grande folder delle mie riflessioni reiterate.


Periodicamente mi trovo a pensare a quanto siamo presuntuosi, noi, nel credere che tutto ci sia dovuto.

Che tutto sia scontato e ovvio.

Giorno dopo giorno ci prendiamo il lusso di pretendere di più.

Il lusso di mettere il muso perché la caldaia si è rotta e la doccia era fredda.

Di lamentarci come se ogni piccola cosa fosse in realtà un grande problema.

Senza considerare che tutto il tempo che dedichiamo a risentimenti, rancori e paranoie generali è tolto al resto e non torna indietro.

Provo sempre a pensare "E se ci fossi io li, davvero mi sembrerebbe così grave fare un doccia fredda, non superare un esame, essere scaricata da un ragazzo?".

La risposta è, ovviamente, no.

Nel mio piccolo, quando ho provato, la sola idea di poter scendere a prendere un gelato al bar sotto casa mi sembrava fenomenale.

Il pensiero di tornare a casa e passata l'intera giornata seduta alla scrivania a studiare era diventato allettante, d'un tratto.

Vorrei che non servisse aver paura di perdere una cosa per apprezzarla.

Sono sicura che ad S. mancano le liti in famiglia adesso.

Le mancano molte delle cose che noi malediciamo quotidianamente.

Allora io sono grata per ogni piccolezza, per ogni gesto che considero scontato nella mia giornata.

Sono grata a S. per avermi fatto pensare, ancora una volta.

Per avermi dato una piccola chance di capire.

venerdì 10 settembre 2010

Libri

Sono libri

Una cosa di cui non potrei mai fare a meno.

I miei rapporti con i libri sono quasi figure di quelli nella vita reale.

Quando ne leggo uno, lo tengo tra le mani, mi piace passare le dita sul suo dorso.

Poi lo giro, sfioro la copertina con la mano; a volte è in rilievo, a volte solo liscia.

Ma è comunque una bella sensazione.

Ed è solo il di fuori.

Quando comincio a leggere, mi immedesimo tanto nei personaggi che mi sembra di non poterne fare più a meno. Vivo le loro storie quasi con più partecipazione delle mie. Vivo anche le loro emozioni.

In fondo li ho creati io, come potrebbe essere il contrario?

Prendo le PAROLE e do loro FORMA. FISIONOMIA.

Dimenticandomi che, in fondo, sono solo parole.

E quanto è facile scrivere qualche stupida parola.

Quanto è difficile rendersi conto che le parole hanno un peso?

Quanto è difficile ricordarlo, poi, quando le si usa?

Pensa, per esempio, di prendere un mucchio di Lego e fare come fanno i bambini.

Ci costruisci un castello, come quei bambini intelligenti che, così piccoli, già incastrano e progettano.

Adesso lo riempi di pupazzi gialli, con i capelli intercambiabili e le manine fisse.

Poi fallo crollare, guardalo cadere.

Ora prova con un castello di mattoni…o di parole.

Mettici dentro chi vuoi e stai a guardare.

E sono solo parole…

Divago.

Insomma sei talmente tanto inebriato dalla narrazione che ti fai coinvolgere a tal punto da dimenticare, dimenticare, dimenticare.

Magari ti stanno chiamando per dirti che "il pranzo è pronto" ma tu dimentichi, dimentichi, dimentichi.

Ti piace troppo stare li.

Può durare tanto. O pochissimo.

Ma di finire…finisce. Dipende dalle pagine. Se sono tante. Se è scritto piccolo.

Insomma quando ti rendi conto che stai per arrivare all'ultima parola, quasi ti vien voglia di chiudere tutto e ricominciare. Ma non ha senso, conosci già la storia. E' troppo presto per rileggere tutto di nuovo. Non ti darebbe la stessa emozione.

Refrattarietà relativa.

Quindi, volente o nolente, prosegui verso la fine. E poi ci arrivi.

E allora, quando fissi per qualche minuto il retro del libro, hai così tanti pensieri in testa.

Come se avessi appena chiuso la porta di una stanza in cui c'era una festa.

Quel frastuono, quel rumore, ti echeggia ancora nelle orecchie.

E mentre diventa ronzio comincia a salire la nostalgia.

E' finito.

Il secondo pensiero, per quanto mi riguarda, quando finisco di leggere un bel libro, è sempre:

"Non ne troverò mai uno che mi coinvolga così, di nuovo."

Che pensiero triste.

L'ho fatto con DUE libri in vita mia, fino ad ora.

Insomma la prima volta che l'ho pensato, mi sono intristita davvero tanto.

Poi, un giorno, seguendo un consiglio ho trovato il secondo e, diffidente come al solito, ho cominciato a leggerlo. Ero in aeroporto.

Giuro, non mi aspettavo niente. Anche se era passato qualche anno il mio primo libro rimaneva lì, imbattuto.

Il migliore. Il suo ricordo suscita in me tenerezza…ancora.

Mi mancava una sensazione così.

Certo, ho letto altro ma mai niente di quel livello.

Poi ho trovato Lui. Il secondo.

E ho lasciato che mi trascinasse con sé.

Un sorriso sulle labbra. Senza opporre resistenza.

Così tremendamente invitante.

Macinavo pagine ad una velocità inconsulta. Sapevo che sarebbe arrivata la fine e a furia di non farci caso, eccomi lì.

Cominciato in aeroporto, finito sotto un albero davanti ad un carillon pieno di bambini.

Detta così sembra una cosa romantica.

Niente di più triste.

E' finito. E ancora una volta il solito, ridondante, avvilente pensiero ritorna:

"Non ne troverò mai uno che mi coinvolga così, di nuovo."

E invece mi ritrovo qui, non è passato un anno questa volta.

Ne ho già un altro tra le mani.

Mi accoccolo sul divano nella grigia luce pomeridiana che filtra dalla finestra e sorseggio il mio caffè.

E’ da stamattina che aspetto questo momento. Fuori piove, l’aria è fresca.

Apro “Circolo chiuso” e d’improvviso tutti quei personaggi che stavano, inesorabilmente, scomparendo mi tornano nitidi alla memoria.

Riapro la porta.

Stasera si festeggia.